Scuole

Certamente era prima di tutto una gita semplice, possibilmente divertente, eppure un “viaggio di istruzione”.
Abbiamo cercato di immaginare la cornice della motivazione all’esperienza: andare su un territorio naturale e durante il cammino incontreremo cose ed esseri viventi. Cercare di capire le loro forme e le loro strategie di sopravvivenza. Conoscere meccanismi che si ripetono e che ci riguardano. Trarre, ove possibile, la lezione che comprende anche noi e forse la nostra esistenza. Senza giungere a conclusioni certe ma solo intuizioni. Raccontare a noi stessi attraverso parole ed immagini questa lezione. Comporre un libro, da riportare a casa. Accanto a ciò, tre condizioni: libertà, responsabilità e linguaggio. La Valpaghera nel suo isolamento consente queste presenze.

In relazione alla enunciazione dei programmi scolastici l’iniziativa si situa come un viaggio d’istruzione ma al tempo stesso come una gita. Quindi molto spesso l’esperienza, è una non semplice mediazione tra queste due esigenze diverse. In aggiunta il contesto attuale pone inoltre in primo piano l’emergenza degli strumenti di comunicazione che nelle uscite sul territorio si costituisce come significativa antagonista ad un diverso modo di osservazione della realtà. Fare esperienza del linguaggio coinvolge l’inevitabile confronto con tale emergenza. In una pubblicazione, una dirigente scolastica ospite con le proprie classi in Valpaghera, così circostanziava: "Non è semplice comprimere in una definizione il senso complessivo della proposta “Campo Tres”. Si tratta di una un’offerta formativa pensata e progettata in relazione agli obiettivi qualificanti dell’educazione ambientale: promuovere un pensiero e una sensibilità di tipo ecologico, apprendere a vivere con e per l’ambiente inteso come il “tutt’attorno” di cui siamo parte interattiva ed integrante, assumere consapevolezza e responsabilità del gioco di connessioni tra le parti e il tutto, tra uguaglianze e differenze, tra le cose e le parole..."

L’organizzazione delle giornate al Campo prevedeva uscite e attività di laboratorio strettamente correlate alla preoccupazione di promuovere, attraverso l’esperienza diretta entro un’area protetta e ben connotata, un contatto autentico con il proprio sè e con la Terra come “comunità della vita” e di propiziare il riconoscimento dell’interdipendenza di tutti gli elementi presenti nell’ambiente e del loro intrinseco valore, della loro costitutiva bellezza, indipendentemente dalla loro utilità per gli esseri umani. L’obiettivo formativo è indubbiamente carico di suggestione, le condizioni di realizzazione dell’esperienza pongono invece qualche difficoltà, nel senso che costituiscono un formidabile banco di prova di alcune fondamentali capacità, competenze ed abilità. Il villaggio è ad una considerevole distanza dalle circostanze e stili di vita consueta dei luoghi di provenienza dei ragazzi ed accompagnatori. Giunti al campo i ragazzi e gli insegnanti al seguito sono sistemati per piccoli gruppi in casette di legno, essenziali quanto ad arredo, e comfort vari: non c’è naturalmente la televisione, i cellulari come ha ironicamente commentato una allieva: “a Campo Tres non hanno campo”; e l’uso del telefono a fili è ragionevolmente regolamentato. Il significato dell’esperienza, solo in parte programmata, viene costruendosi a poco a poco, attraverso il gioco delle interazioni tra gli animatori del campo i ragazzi e il gruppo degli insegnanti accompagnatori.

All’arrivo gli allievi studiavano l’ambiente, cercando di “prenderne possesso”; il disagio legato all’impossibilità d’usare cellulari, televisione ed altre apparecchiature elettroniche ha vita breve. Altre occupazioni vengono progressivamente ad avere la meglio e nella loro varietà tutte tendono ad essere affrontate con autentico spirito del gioco, dalle partite a calcio, a basket o a ping-pong, ai “crocchi” a cavallo delle staccionate, alle fotografie o alle riprese spontanee all’esplorazione del campo e delle zone limitrofe.

Nel pomeriggio del primo giorno, i ragazzi partecipavano due esperienze: la prima di orientamento, consiste nel compiere a terzetti un percorso tracciato su carta e scandito in tappe, ciascuna delle quali contrassegnate da una simbolo da registrare; la seconda è costituita da un laboratorio di trascrizione dei simboli raccolti. In entrambi i casi viene richiesto un impegno diretto personale e riflessivo, con momenti di condivisione. Se il gruppo lo consente e se vi è coesione d’intenti educativi tra gli adulti, in questa fase facilmente può emergere il motivo conduttore della tre giorni, il “senso” della ricerca che i partecipanti nel loro complesso vengono ad intraprendere.

La seconda giornata era dedicata alla esplorazione del territorio. Il cammino è costellato da osservazioni sulle cose incontrate e la loro simmetria con le situazioni urbane normalmente vissute dagli scolari. Una particolare importanza è rivolta ai modi di comunicare ed ai mezzi utilizzati secondo questo scopo.

La terza e conclusiva giornata al campo veniva normalmente dedicata alla documentazione del percorso, alla definizione del suo significato per i partecipanti. Si lavora utilizzando i diversi linguaggi sperimentati, parole e immagini prevalentemente suggerite non soltanto dalla mente ma anche dal corpo che viene infatti sperimentato come interlocutore primo ed attendibile, talvolta scomodo ma anche coraggioso e creativo, di ogni singola provocazione.

Quando il campo sortisce pienamente i suoi obiettivi, tuttavia, sono soprattutto e sorprendentemente le cose ad assumere un ruolo decisivo nella formulazione finale della risposta alla ricerca intrapresa: le cose, intese come la realtà che l’area protetta consente di sperimentare nella sua potenza evocativa. Non solo le cose vengono “parlate”, ma esse stesse ispirano, fondano, riqualificano il linguaggio come dono e talento.

Le pubblicazioni delle scuole