L’organizzazione delle giornate al Campo prevedeva uscite e attività di laboratorio strettamente correlate alla preoccupazione di promuovere, attraverso l’esperienza diretta entro un’area protetta e ben connotata, un contatto autentico con il proprio sè e con la Terra come “comunità della vita” e di propiziare il riconoscimento dell’interdipendenza di tutti gli elementi presenti nell’ambiente e del loro intrinseco valore, della loro costitutiva bellezza, indipendentemente dalla loro utilità per gli esseri umani. L’obiettivo formativo è indubbiamente carico di suggestione, le condizioni di realizzazione dell’esperienza pongono invece qualche difficoltà, nel senso che costituiscono un formidabile banco di prova di alcune fondamentali capacità, competenze ed abilità. Il villaggio è ad una considerevole distanza dalle circostanze e stili di vita consueta dei luoghi di provenienza dei ragazzi ed accompagnatori. Giunti al campo i ragazzi e gli insegnanti al seguito sono sistemati per piccoli gruppi in casette di legno, essenziali quanto ad arredo, e comfort vari: non c’è naturalmente la televisione, i cellulari come ha ironicamente commentato una allieva: “a Campo Tres non hanno campo”; e l’uso del telefono a fili è ragionevolmente regolamentato. Il significato dell’esperienza, solo in parte programmata, viene costruendosi a poco a poco, attraverso il gioco delle interazioni tra gli animatori del campo i ragazzi e il gruppo degli insegnanti accompagnatori.
All’arrivo gli allievi studiavano l’ambiente, cercando di “prenderne possesso”; il disagio legato all’impossibilità d’usare cellulari, televisione ed altre apparecchiature elettroniche ha vita breve. Altre occupazioni vengono progressivamente ad avere la meglio e nella loro varietà tutte tendono ad essere affrontate con autentico spirito del gioco, dalle partite a calcio, a basket o a ping-pong, ai “crocchi” a cavallo delle staccionate, alle fotografie o alle riprese spontanee all’esplorazione del campo e delle zone limitrofe.
Nel pomeriggio del primo giorno, i ragazzi partecipavano due esperienze: la prima di orientamento, consiste nel compiere a terzetti un percorso tracciato su carta e scandito in tappe, ciascuna delle quali contrassegnate da una simbolo da registrare; la seconda è costituita da un laboratorio di trascrizione dei simboli raccolti. In entrambi i casi viene richiesto un impegno diretto personale e riflessivo, con momenti di condivisione. Se il gruppo lo consente e se vi è coesione d’intenti educativi tra gli adulti, in questa fase facilmente può emergere il motivo conduttore della tre giorni, il “senso” della ricerca che i partecipanti nel loro complesso vengono ad intraprendere.
La seconda giornata era dedicata alla esplorazione del territorio. Il cammino è costellato da osservazioni sulle cose incontrate e la loro simmetria con le situazioni urbane normalmente vissute dagli scolari. Una particolare importanza è rivolta ai modi di comunicare ed ai mezzi utilizzati secondo questo scopo.
La terza e conclusiva giornata al campo veniva normalmente dedicata alla documentazione del percorso, alla definizione del suo significato per i partecipanti. Si lavora utilizzando i diversi linguaggi sperimentati, parole e immagini prevalentemente suggerite non soltanto dalla mente ma anche dal corpo che viene infatti sperimentato come interlocutore primo ed attendibile, talvolta scomodo ma anche coraggioso e creativo, di ogni singola provocazione.