Resistere alle tempeste

Come scriveresti tempesta?

“L’architettura affonda le sue radici nella terra, ma possiede anche il potere di realizzare l’irrealizzabile, di librarsi nel paese della fantasia collettiva, di creare miti, di distorcere la realtà.
È capace di creare figure impossibili, progetti che si possono immaginare, ma non realizzare.
E anche progetti che non vale la pena realizzare”

“Come potete non capire che il cielo - alzate la testa e guardate! - è mille volte più grande di me, come potete pensare che in una simile giornata io possa pensare al Vostro amore, all’amore di chicchessia!”

“Parte costruttiva d’un universo magico che comprendeva altresì le volontà degli dei, l’influenza dei demoni, e la sorte riservata agli uomini”

Dove ti ripareresti dalla tempesta? Sotto di un tetto o all'interno di muri? Ma forse non basta: servirebbe scendere nelle fondamenta, più in profondità.
E se fosse che proprio all'interno, là sotto, passasse una tempesta, mentre al di fuori non accadesse proprio nulla, un grande vuoto e silenzio?
Non siamo noi stessi stanze abitate da tempeste? Chi sta all'esterno nemmeno vede e sa contro quali venti ci siamo difesi aggrappandoci, quali tempeste ci hanno attraversato lasciandosi dietro schianti ed inizi.
Il tema è riconducibile ad un'idea di verticalità: le pareti di una stanza, il tronco di un grande abete o larice, il sedime segnato da uno schianto che ti costringe a salire o scendere sopra e sotto i tronchi piegati per proseguire il cammino.
Hai mai pensato di poter misurare l'altezza di un albero in passi, camminandoci sopra?
Hai mai pensato che un tronco potesse trasformarsi in una passerella per poterti portare laddove prima non saresti mai potuto essere?
Una verticalità sradicata.
Il tema, anche in architettura, è la verticalità; un interno in cui trova dimora tutto ciò che in realtà avviene al di fuori o perlomeno che si è sempre ritenuto avvenisse al di fuori della nostra porta, della nostra finestra, di noi. Questa tempesta invece si getta all'interno, cascando in profondità com'è avvenuto in Val Paghera, trascinando con sé alberi, radici, assi, discorsi, fotografie, persone, oggetti, suoni, una memoria.
Lo spazio espositivo diviene fondamentale, per potervi apporre cose, oggetti, significati, persone, dialoghi, incontri, attese.
Occorre capirne la pianta, gli angoli che si vedono e quelli che non si vedono, le distanze, il rimbalzo del suono.
Occorre chiedersi quanto spazio si ha sopra la testa prima di un tetto, un cornicione, un davanzale, un arco, una volta, una pianta che casca o una che sale, o vedere semplicemente il cielo che entra in una stanza.

Nel disegno tecnico e architettonico - per aprire una finestra nell'obiettivo di comprendere l'interno portandolo all'esterno, ma anche al contrario - si costruisce una sezione.
É una modalità interessante di progettare e vedere, è un equilibrio tra ciò che percepisco e non percepisco; annienta l'esterno, toccando allo stesso modo una profondità.
Diviene il modo di ferire un disegno, una tempesta.
Lo spazio espositivo diventa una grande sezione della tempesta attraverso cui le persone si possono muovere, a zig zag, salendo, scendendo, scostandosi, perdendosi, ritrovandosi.