Spazi aperti

Centro, luogo di raccolta, di ritrovo, di sosta, che scandisce i giorni e il trascorrere del tempo nel Campo.
Un cerchio che custodisce le scelte: quale laboratorio, quale escursione, quali amici oggi?
Durante il giorno è attraversata dai passi, quando tutti sono seduti è attraversata dagli sguardi.

Me la ricordavo diversa, sa... com’è cambiata nel tempo!
È sempre stata il centro, fin dalle prime fotografie che ritraggono in bianco e nero questo cerchio di ghiaia, scompigliato la sera e ordinato nelle prime ore della giornata.
La penombra dell’alba, il suono dei rastrelli, prima uno, poi tanti. Mi svegliavo così.
Di tanto in tanto, in qualche adulto si rinnova la memoria di quelle mattine in piazzetta.
Allora c’erano tante sezioni di tronco, ci si sedeva su di esse. Ordinata, la piazzetta, non lo era mai.
Immancabilmente le sedute erano ribaltate e... rastrellare, poi! Prima si spostavano fuori dal perimetro tutti i tronchetti, si rastrellava e poi li si riposizionava in ordine.
Il riordino era l’attesa, l’attesa silenziosa di qualcuno che dopo poco sarebbe arrivato.
La vecchia piazzetta aveva tuttavia, con tutti quei tronchetti, una sua dinamica vitalità.

È passato il tempo e ora la piazzetta è più comoda e più ordinata, circondata da grandi alberi che sono cresciuti come quei primi bambini che vi si sedettero e la attraversarono, e che attraversandola tuttora abitano questo cerchio.

Si narra nell’Artiglio, il racconto di paura ascoltato da tanti bambini che sono passati di qui, di un sasso inamovibile che spunta dalla dura terra, noncurante di ciò che di mostruoso cela sotto di sè.
Eppure, come può essere che l’artiglio si trovi qui? Al di sotto di questa striscia di terra a lungo e a più riprese lavorata nel corso degli anni, nella ricerca speranzosa di un morbido tappeto erboso, che nel tempo ha mostrato la sua difficoltà nel germogliare sotto l’incalzante spinta delle gambe nel perenne gioco di bambini e ragazzi. Il racconto dell’Artiglio si conclude con braccia, funi, macchine improbabili e forze disumane, che in mille modi tentano di spostare quel sasso.

Di ritrovamenti improbabili tutti si domandano se ce ne sono stati davvero, ma quel che è certo è che di partite e tornei negli anni ne sono stati giocati!

1986

2025

Grandi abeti, larici, cespugli fitti, felci, muschio rendono intrigante il cammino.
Sdraiato lì accanto il torrente, nel suo greto di pietre tinte dal rosso dei licheni, sempre si sente scorrere, soprattutto di notte quando il silenzio e il buio impenetrabile annullano tutto il resto.

Il bosco è lo spazio aperto al gioco e al movimento selvaggio e libero: costruzioni segrete, labirinti, esplorazioni, nascondigli.
I suoi elementi possono combinarsi e trasformarsi tramite l’immaginazione e la sperimentazione autonoma.
È uno spazio educante, privo di indicazioni e scelte obbligate, che permette di perdersi e ritrovarsi.

Il bosco è uno spazio selvaggio, che nel corso del tempo è stato pian piano addomesticato e reso attraversabile. Un contesto materico fecondo per i molteplici gesti del fare: lavoro, laboratorio, riflessione, gioco.
Tanti i progetti che vi sono stati realizzati e quelli ancora in attesa. Progetti diversificati nel tempo, assecondando l’idea che mentre qualcosa permane negli anni, c’è invece qualcosa che può abitare solo in un determinato momento o periodo. Terreno fertile per la nascita di un pensiero architettonico, quando l’architettura diventa uno strumento per educare alla fantasia, all’inventiva e alla molteplicità.

Il bosco è stato trasformato dai ragazzi tramite rudimentali laboratori di costruzione, con badili, rastrelli e carriole mentre altre volte è stato modificato tramite azioni più strutturate, meccanizzate e specifiche.

Sia con la luce, sia con le tenebre, nel bosco hanno trovano dimora rappresentazioni teatrali, proiezioni cinematografiche, produzioni di podcast, letture, incontri, teleferiche, giochi liberi e giochi organizzati.

E quando poi diventa Bosco della strega, è dimora delle storie del Campo, che tra questi alberi si risvegliano e prendono vita.

Qui un racconto diventa fisico, reale: gli occhi possono vederlo, le orecchie udirlo, le gambe sfuggirlo. Nebbia, ululati lontani, fulmini e tuoni, voci e personaggi misteriosi: elementi per costruire e incontrare dal vivo la potenza e l’intensità della parola.